LA SICILIA COME TEMA
S. Quasimodo
Strada di Agrigentum (da “Nuove Poesie”, 1938)
Là dura un vento che ricordo acceso
nelle criniere dei cavalli obliqui
in corsa lungo le pianure, vento
che macchia e rode l'arenaria e il cuore
dei telamoni lugubri, riversi
sopra l'erba. Anima antica, grigia
di rancori, torni a quel vento, annusi
il delicato muschio che riveste
i giganti sospinti giù dal cielo.
nelle criniere dei cavalli obliqui
in corsa lungo le pianure, vento
che macchia e rode l'arenaria e il cuore
dei telamoni lugubri, riversi
sopra l'erba. Anima antica, grigia
di rancori, torni a quel vento, annusi
il delicato muschio che riveste
i giganti sospinti giù dal cielo.
Come sola nello spazio che ti resta!
E più t'accori s'odi ancora il suono
che s'allontana verso il mare
dove Espero già striscia mattutino
il marranzano tristemente vibra
nella gola del carraio che risale
il colle nitido di luna, lento
tra il murmure d' ulivi saraceni.
E più t'accori s'odi ancora il suono
che s'allontana verso il mare
dove Espero già striscia mattutino
il marranzano tristemente vibra
nella gola del carraio che risale
il colle nitido di luna, lento
tra il murmure d' ulivi saraceni.
La
poesia “Strada di Agrigentum” è emblematica di uno dei motivi della
poesia di Quasimodo: la trasfigurazione della Sicilia, attraverso il ricordo
(si noti il verso primo), in un paradiso perduto (tante sono le immagini di una
natura che sembra paradisiaca) che acquista tanto più fascino quando il poeta
si pone come “esiliato”.
Questo suo esilio rende la terra natia lontana sia nello spazio che nel tempo e
pertanto tipicamente ermetica. La lirica si presenta come una nostalgica
rievocazione che, seppure contenga riferimenti autobiografici, ha qualcosa di
vago: i paesaggi, gli animali e le cose sembrano remotamente lontani, come immagini
che appaiono in un sogno in lento movimento e poi svaniscono subito per la
sovrapposizione di altre.

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