giovedì 3 dicembre 2015

Alberto Di Girolamo
PRIMO AMORE

Capitolo 2



Teresa cerca di essere meno invasiva possibile.
«Pss, pss, scusa se ti disturbo ancora» mi sussurra da dietro la porta.
Le apro scocciato.
«Non dai requie stasera».
Non ha più la cipolla in mano ma, in compenso, tiene un mattarello.
«Il fatto è», spiega impacciata, «che la pasta è pronta per essere infornata».
«E infornala!» le ingiungo, irritato da queste quisquilie.
«Ninni non c’è».
«Lo so che non c’è».
«L’avevo impastata su sua richiesta».
«Si arrangi» faccio cinicamente.
«Forse se aspettiamo un poco…»
«In compagnia di quella ragazza, figurati se pensa a noi».
«Ho provato a chiamarlo al telefonino».
«Brava, io neanche ci pensavo».
«Non mi risponde».
«Lo sapevo».
«Che facciamo, aspettiamo?»
«Farai inacidire l’impasto» le faccio notare.
«Solo dieci minuti» fa lei e ritorna in cucina.
Io ne approfitto per scrivere qualche altra pagina.

Come se sentissero l’ostilità delle donne che sostavano sul sagrato, le sorelle Coppola, quella mattina domenicale della primavera del 1952, lasciarono anzitempo lo spiazzo antistante la chiesetta della SS Maria e si avviarono verso casa, seguite dal codazzo di giovani che si erano raggruppati attorno a loro.
Fu come se si fosse spenta una luce: l’allegria e l’effervescenza che prima traboccavano dalla piazzetta e che si spandevano per ogni dove furono risucchiate dall’incedere veloce e ancheggiante dei loro passi, e portate via.
Ora che non c’erano più le arpie a osservarli i giovani si fecero più audaci.
«Che fai non lo dai un bacetto al tuo fidanzato?»
La richiesta era rivolta a Rita, la più grande delle sorelle, da Giacomino, un adolescente che le trotterellava accanto.
La risposta fu sferzante: «Asciugati il moccio dal naso, va!»
Il ragazzo ci rimase male e guardò incredulo Floriana, la più piccola, come a chiederle “Ma che ha?”
«Ha un fidanzato nuovo» gli spiegò Floriana.
«Nuovo?! E io allora?»
«A lei piace fare lassa e piglia» intervenne un giovanotto lentigginoso, chiamato il Russu per via dei suoi capelli fulvi.  «Vero, Rita?»
La ragazza non lo degnò della sua risposta.
«Vero è» confermò Pietro Mammalucco che si sentiva superiore agli altri, perché di mestiere non faceva il contadino, ma l’apprendista scarpaio. «Pure a me, mi lassò e pigliò dieci volte. Tutto tempo perso!»
Rita che era stata zitta per non dare sazio a quei corteggiatori da strapazzo, quando parlò il Mammalucco non riuscì più a trattenersi.
   «Tu?!... Io persi tempo con te che mi promettesti tante volte un paio di scarpe col tacco e ancora non le hai fatte».
A quell’accusa il Mammalucco ammutolì e non parlò più.
«Per ora è fidanzata con me e perciò la dovete lasciare in pace. Anzi andatevene» intimò Giacomino, con tono bellicoso.
«Oh Giacomino, tu non comandi nulla» lo rimbeccò subito il Russu. «Perciò non ci rompere le palle. Ognuno di noi si può mettere a giro per tutto il tempo che vuole».
Il presunto fidanzato in carica valutò il fisico di chi lo aveva apostrofato e si limitò, tanto per non perdere la faccia, a fargli un gesto che lo mandava a quel paese.
«Fallo ancora» lo sfidò il Russu, dandogli una spinta.
Giacomino barcollò per l’urto, indietreggiando di qualche passo. A questo punto caricò l’avversario a testa bassa, come un toro inferocito, ma non riuscì a cozzarlo perché gli altri ragazzi lo trattennero dalle falde della giacca che, essendo vecchia e lisa, gli si strappò sotto un’ascella; la qualcosa afflosciò il suo spirito bellicoso.
«Ora va a sentire mia madre» ripeté più volte mentre, tenendo il braccio alzato, ispezionava il danno.
«Vi state litigando inutilmente» avvertì Floriana divertita da quei galletti che si beccavano. 
«Ma chi è questo fidanzato nuovo?» chiese il Russu con voce agitata per la zuffa sfiorata.
«Bello assai è» rispose Floriana «e pure malandrino».
«Più bello di me?» chiese uno ch’era convinto di somigliare all’attore Valentino.
«Più bello assai!» affermò Rita.  «Nessuno è bello come lui.»
E con questo voleva significare che per loro non c’era più speranza.
A quelle parole, considerando anche lo squarcio della sua giacca, Giacomino concluse amaramente: «Cornuto e bastonato fui».
Vedendo che gli occhi del ragazzo divenivano sempre più malinconici, come quelli di un asino, Floriana fu presa da un moto di tenerezza e per consolarlo gli schioccò un sonoro bacione sulla guancia, cogliendolo alla sprovvista.
«Te l’ho dato per non vederti piangere» spiegò la ragazza .
«Pure a me.  Pure a me» si proposero gli altri adolescenti, facendo finta di piangere intorno a lei.

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