Alberto Di Girolamo
PRIMO AMORE
Capitolo 2
Teresa cerca di essere
meno invasiva possibile.
«Pss, pss, scusa se ti
disturbo ancora» mi sussurra da dietro la porta.
Le apro scocciato.
«Non dai requie
stasera».
Non ha più la cipolla in
mano ma, in compenso, tiene un mattarello.
«Il fatto è», spiega
impacciata, «che la pasta è pronta per essere infornata».
«E infornala!» le
ingiungo, irritato da queste quisquilie.
«Ninni non c’è».
«Lo so che non c’è».
«L’avevo impastata su
sua richiesta».
«Si arrangi» faccio
cinicamente.
«Forse se aspettiamo un
poco…»
«In compagnia di quella
ragazza, figurati se pensa a noi».
«Ho provato a chiamarlo
al telefonino».
«Brava, io neanche ci
pensavo».
«Non mi risponde».
«Lo sapevo».
«Che facciamo,
aspettiamo?»
«Farai inacidire
l’impasto» le faccio notare.
«Solo dieci minuti» fa
lei e ritorna in cucina.
Io ne approfitto per
scrivere qualche altra pagina.
Come se sentissero l’ostilità delle donne che
sostavano sul sagrato, le sorelle Coppola, quella mattina domenicale della
primavera del 1952, lasciarono anzitempo lo spiazzo antistante la chiesetta
della SS Maria e si avviarono verso casa, seguite dal codazzo di giovani che si
erano raggruppati attorno a loro.
Fu come se si fosse spenta una luce: l’allegria e
l’effervescenza che prima traboccavano dalla piazzetta e che si spandevano per
ogni dove furono risucchiate dall’incedere veloce e ancheggiante dei loro passi,
e portate via.
Ora che non c’erano più le arpie a osservarli i
giovani si fecero più audaci.
«Che fai non lo dai un bacetto al tuo
fidanzato?»
La richiesta era rivolta a Rita, la più grande delle
sorelle, da Giacomino, un adolescente che le trotterellava accanto.
La risposta fu sferzante: «Asciugati il
moccio dal naso, va!»
Il ragazzo ci rimase male e guardò
incredulo Floriana, la più piccola, come a chiederle “Ma che ha?”
«Ha un fidanzato nuovo» gli spiegò Floriana.
«Nuovo?! E io allora?»
«A lei piace fare lassa e piglia»
intervenne un giovanotto lentigginoso, chiamato il Russu per via dei suoi
capelli fulvi. «Vero, Rita?»
La ragazza non lo degnò della sua
risposta.
«Vero è» confermò Pietro Mammalucco che si
sentiva superiore agli altri, perché di mestiere non faceva il contadino, ma
l’apprendista scarpaio. «Pure a me, mi lassò e pigliò dieci volte. Tutto tempo
perso!»
Rita che era stata zitta per non dare
sazio a quei corteggiatori da strapazzo, quando parlò il Mammalucco non riuscì
più a trattenersi.
«Tu?!...
Io persi tempo con te che mi promettesti tante volte un paio di scarpe col tacco
e ancora non le hai fatte».
A quell’accusa il Mammalucco ammutolì e
non parlò più.
«Per ora è fidanzata con me e perciò la
dovete lasciare in pace. Anzi andatevene» intimò Giacomino, con tono bellicoso.
«Oh Giacomino, tu non comandi nulla» lo
rimbeccò subito il Russu. «Perciò non ci rompere le palle. Ognuno di noi si può
mettere a giro per tutto il tempo che vuole».
Il presunto fidanzato in carica valutò il
fisico di chi lo aveva apostrofato e si limitò, tanto per non perdere la
faccia, a fargli un gesto che lo mandava a quel paese.
«Fallo ancora» lo sfidò il Russu, dandogli
una spinta.
Giacomino barcollò per l’urto,
indietreggiando di qualche passo. A questo punto caricò l’avversario a testa
bassa, come un toro inferocito, ma non riuscì a cozzarlo perché gli altri
ragazzi lo trattennero dalle falde della giacca che, essendo vecchia e lisa, gli
si strappò sotto un’ascella; la qualcosa afflosciò il suo spirito bellicoso.
«Ora va a sentire mia madre» ripeté più
volte mentre, tenendo il braccio alzato, ispezionava il danno.
«Vi state litigando inutilmente» avvertì Floriana
divertita da quei galletti che si beccavano.
«Ma chi è questo fidanzato nuovo?» chiese
il Russu con voce agitata per la zuffa sfiorata.
«Bello assai è» rispose Floriana «e pure
malandrino».
«Più bello di me?» chiese uno ch’era
convinto di somigliare all’attore Valentino.
«Più bello assai!» affermò Rita. «Nessuno è bello come lui.»
E con questo voleva significare che per
loro non c’era più speranza.
A quelle parole, considerando anche lo
squarcio della sua giacca, Giacomino concluse amaramente: «Cornuto e bastonato
fui».
Vedendo che gli occhi del ragazzo
divenivano sempre più malinconici, come quelli di un asino, Floriana fu presa
da un moto di tenerezza e per consolarlo gli schioccò un sonoro bacione sulla
guancia, cogliendolo alla sprovvista.
«Te l’ho dato per non vederti piangere»
spiegò la ragazza .
«Pure a me. Pure a me» si proposero gli altri adolescenti,
facendo finta di piangere intorno a lei.

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