Sette racconti sul travagliato rapporto tra Homo et Deus
http://negozio.lemezzelane.eu/prodotto/homo-et-deus-cartalunedì 12 novembre 2018
giovedì 27 settembre 2018
IL TRENO DEL SUCCESSO, dramma di uno scrittore esordiente.
STORIE DEL SECOLO BREVE, quattro racconti siciliani del ‘900.
HOMO ET DEUS, storie di un rapporto travagliato tra l’umano
e il divino.
Le storie di Alberto Di Girolamo hanno come tema la Sicilia
del ‘900 oppure interrogativi filosofici che l’umanità da sempre si pone
oppure sui principali store
e nelle librerie.
venerdì 21 settembre 2018
Io non potrò essere presente a “Libro Aperto” di Firenze ma
ci saranno i miei libri (Stand k12; Le Mezzelane Casa editrice). Sfogliarli
sarà come incontrarci.
IL TRENO DEL SUCCESSO, dramma di uno scrittore esordiente.
STORIE DEL SECOLO BREVE, quattro racconti siciliani del ‘900.
HOMO ET DEUS, storie di un rapporto travagliato tra l’umano
e il divino.
venerdì 14 settembre 2018
Foemina
È opinione diffusa che le prostitute, per la mercificazione che fanno
del loro corpo, non siano capaci di provare amore profondo e delicato… Ebbene
una delle “Storie del secolo breve” dimostra che non è così.
Ecco un passo significativo:
‘Anche Lena si girò nello stesso istante e lo vide presso l’uscita.
“Se ne va!” pensò ed ebbe un tuffo al cuore, non capì più nulla e perse ogni
dignità. Con le mani grondanti acqua saponata corse a lui, gli si gettò ai
piedi, abbracciandolo alle ginocchia e disse che lo amava follemente, che era
disposta a tutto pur di stare con lui, che gli altri uomini avevano avuto solo
il suo corpo, mentre a lui avrebbe dato anche l’anima, che la mettesse pure
alla prova, che la poteva abbandonare quando si fosse stancato, che non si
doveva sentire vincolato, che poteva condurre la vita che più gli conveniva…’
http://www.lemezzelane.altervista.org/negozio/index.php
oppure sui principali store e
nelle librerie.
sabato 8 settembre 2018
Mafiosi e briganti
Tra l’essere mafioso e l’essere brigante ci sono delle differenze
sostanziali, per cui un siciliano non userebbe mai il secondo termine per
indicare un mafioso. Quest’ultimo agisce stando in seno alla società,
circondato dal rispetto e dall’autorità ottenuti dispensando populisticamente
protezione e giustizia spesso in opposizione a quelle dello Stato. Uno Stato
che il mafioso tuttavia è pronto a servire, condizionandolo, secondo il detto
‘Chi comanda fa legge, e chi vuole godere della legge deve stare con chi
comanda’. Figura tipica di mafioso può essere considerato don Calogero Vizzini
di Villalba (provincia di Caltanissetta) che nel 1943 favorì lo sbarco e
l’avanzata americana, ottenendo in cambio dall’AMGOT la nomina a sindaco di
Villalba.
Il mafioso non perde mai la calma e compie le azioni criminali
nell’ombra per non essere ‘pigliato’ dalla giustizia statale, e se ciò accade, uscire
dal processo assolto per insufficienza di prove diventa motivo di ulteriore
prestigio.
Il brigante è invece un bandito che, come tale, si nasconde in luoghi
solitari. A questa vita di fuggiasco lo ha portato un gesto di ribellione allo
Stato (esempio: renitenza alla leva) o un delitto commesso a viso aperto,
spesso per disperazione o per questioni di onore. Ne sono prova e testimonianza
i molti briganti che infestarono le campagne meridionali nel periodo post
unitario. In Sicilia possiamo citare come esempio il famoso bandito Salvatore
Giuliano, che dalla mafia fu ucciso perché con le sue azioni banditesche faceva
accorrere troppi sbirri sul territorio.
Questa distinzione tra mafiosi e briganti è da me tenuta presente nei
racconti “Storie del secolo breve”. Mafiosi sono don Vito e Salvatore Liccali del
primo racconto, mentre, nel terzo, Tano si può considerare un brigante. Dalla
lettura della storia che li riguarda si capisce meglio la differenza.
http://www.lemezzelane.altervista.org/negozio/index.php
oppure sui principali store e
nelle librerie.
domenica 28 maggio 2017
IL VINO MARSALA COME MEDICINALE RICOSTITUENTE
Per aggirare il proibizionismo
imperante negli USA, il vino Marsala venne spacciato come ricostituente (cliccare
su foto 2 per vederla intera). Questo positivo trend commerciale riprenderà nel
secondo dopoguerra e durerà fino a quando il consumo dei superalcolici non avrà
il sopravvento, alla fine degli anni Sessanta. Allora, a Marsala, molti
stabilimenti vinicoli chiuderanno i battenti (anche perché, non essendo ancora
un prodotto D.O.C., il nostro vino si produceva ovunque).
Tuttavia la convinzione, che un ‘marsalino’ facesse bene, persistette
per molto tempo: ricordo che mio padre, quando ero ammalato, insisteva affinché
bevessi un sorsetto di Marsala – Confesso che la cosa non mi dispiaceva, perché
il Marsala è un vino liquoroso-dolce
(specialmente quello all’uovo o al caffè), da leccarsi i baffi.
Nelle foto:
un traino carico di botti (esposto alla Florio) e un’etichetta sul
Marsala/medicinale.
Da “STORIE DEL SECOLO BREVE” di Alberto Di Girolamo
(Si trova
anche su Mondadoristore e Amazon)
La
produzione illegale di spirito era fiorita nel territorio marsalese nei primi
anni cinquanta quando gli stabilimenti vinicoli avevano cominciato a esportare
una gran quantità di vino Marsala negli Stati Uniti d’America.
L’aggiunta
di alcool era necessaria per portare a diciotto gradi il vino grezzo e siccome
lo spirito, disponibile sul mercato legale, costava molto a causa delle accise
imposte dallo Stato, la produzione e la vendita illegale del distillato davano
un ampio margine di guadagno.
Impianti
artigianali di distillazione sorsero un po’ dappertutto nei casolari più
sperduti delle campagne e soprattutto nelle vecchie cave di tufo.
martedì 23 maggio 2017
IL CONTRABBANDO DI ALCOOL NEL DOPOGUERRA
I militari, procedendo in punta di piedi, sbucarono in una vasta
grotta al centro della quale troneggiava un bidone di rame non più alto di un
uomo, ma che sembrava più imponente perché poggiava nei bordi su dei conci di
tufo disposti a semicerchio. In questo focolare improvvisato bruciavano grossi
ceppi di legna e le alte fiamme lambivano pure i fianchi del recipiente. Dal
coperchio del fusto si dipartiva un tubo orizzontale che dopo un paio di metri,
trasformato in una serpentina, spariva dentro un barile di latta (pieno di
acqua per raffreddare il vapore), lo attraversava e spuntava in basso come
rubinetto gocciolante dentro una damigiana di vetro (questo impianto in gergo
veniva chiamato sceccu – somaro – forse
perché continuamente in attività, giorno e notte).
L’uomo, che smuoveva con una specie di fiocina i tizzoni per tenere
viva la fiamma, non si rese conto della presenza degli intrusi in divisa finché
questi, pistola in mano, non gridarono: «Mani in alto! Arrenditi!»
(Da “STORIE DEL SECOLO BREVE” di Alberto Di Girolamo)
venerdì 19 maggio 2017
L’antro della Sibilla
a Marsala (antica Lilybeo)
Nel XIV secolo i Gesuiti costruirono appena fuori
città, su capo Boeo, la chiesa (foto 1) dedicata a San Giovanni Battista,
compatrono della città. La costruirono in quel punto per inglobare una grotta,
scavata nella roccia sottostante, che i primi cristiani lilybetani avevano
utilizzato come battistero.
La grotta si trova a m.4,80 sotto
il pavimento della chiesa e vi si accede tramite gradini scolpiti nel tufo
(foto 2). La scalinata porta in un ambiente circolare sormontato da una bassa
cupola(foto 3) il cui lucernaio è radente al pavimento della chiesa. Al centro
dello spazio circolare c’è una piccola vasca quadrata (foto 4) sempre piena
d’acqua perché alimentata, attraverso una canaletta, da una sorgente che si
trova in un vano laterale. La fonte è nascosta al visitatore da un altarino in
pietra sul quale poggia una statua di alabastro di scuola gaginesca
raffigurante S. Giovanni Battista (foto 4). Sul vano centrale circolare, si
affaccia anche un secondo ambiente irregolare che presenta una parete absidata
e una sorta di gradino (foto 5). Le pareti della grotta erano decorate con
pitture, quasi tutte scomparse e il pavimento aveva dei mosaici del III secolo
di cui rimangono poche tracce.
Probabilmente l’antro fu, in
epoca romana, un ninfeo o “specus aestivus” per la sua frescura, successivamente
utilizzato dai primi cristiani come fonte battesimale per la presenza della
sorgente. Questa ipotesi è confermata dagli affreschi, appartenenti alla
simbologia cristiana, che adornavano le pareti.
Questo è quello che dice la
storia, poi ci sono le leggende.
Secondo la tradizione la grotta
fu nel periodo precristiano dimora della Sibilla Cumana o Sicula, da qui il
nome “Grotta della Sibilla”. Secondo questa leggenda la Sibilla non lasciava mai la grotta e il
gradino entro l’incavo orientato a ovest costituiva il suo lettuccio (foto 5).
Chi chiedeva il vaticinio alla profetessa calava nel pozzo, attraverso il
lucernario, delle offerte assieme alla richiesta del responso.
Un’altra leggenda vuole che
Ulisse si sia dissetato alla fonte della Sibilla e che questa gli abbia
predetto il futuro.
Altre remote leggende narrano che
la Sibilla fosse in realtà una sposa, caduta all’interno del pozzo e lì rimasta
imprigionata.
L’antica grotta è segnalata da
Diodoro Siculo (90 – 27 a.C.) e poi da Gaio Giulio Solino (III SEC.).
Stranamente non ne parla Cicerone che venne a Lilybeo come questore tra il 76 e
il 75.
Comunque dell’uso pagano della
grotta non si ha alcuna testimonianza archeologica.
NOTA PER IL VISITATORE: la chiesa
rimane sempre chiusa eccetto il 24 giugno quando si festeggia la natività di
San Giovanni Battista (foto 6). Per visitarla negli altri giorni dell’anno
bisogna rivolgersi alla parrocchia della Chiesa Madre.
sabato 13 maggio 2017
I CARRETTI SICILIANI
Alberto Di
Girolamo
DA “STORIE
DEL SECOLO BREVE”
Carretto da
lavoro e… da passeggio.
Sganciarono
il portello posteriore sul quale era dipinta l’immagine di un cane con un osso
in bocca con la scritta, ‘Crepi l’invidia’. Oltre a quest’immagine contro il
malocchio, non c’erano altre figurazioni, perché si trattava di un carretto
‘povero’, fatto essenzialmente per lavorare, e le pitture dei Paladini di
Francia o dei Santi o della Madonna, nelle fiancate, sarebbero state ben presto
sciupate. http://www.lemezzelane.altervista.org/negozio/index.php
Si trova
anche su Amazon (solo e-book)
venerdì 7 aprile 2017
venerdì 17 marzo 2017
COMMENTI
Bruno Sebastiani
Complimenti ad Alberto Di Girolamo per "Il treno del
successo", un dramma che potrebbe ben figurare nel catalogo pirandelliano,
specie per quella che si potrebbe chiamare..."poetica dell'eccesso".
Trovo ammirevole come i personaggi...eccedenti...si prestino a costituire degli
archetipi molto bene individuabili, personaggi resi vivi già dalle prime
battute con estrema maestria.
Fateli giocare con i libri. Si prendono così le buone abitudini.
Non fatevi fuorviare dalla scritta opera teatrale. Palcoscenico è la
vita e noi ne siamo i personaggi. E sul palcoscenico una rappresentazione ricca
di colpi di scena. Non perdetevi questa lettura! Complimenti Alberto Di
Girolamo! Ed ora non vedo l'ora di leggere il prossimo: Storie del secolo
breve. Insomma, io non sono brava con le parole, ma quest'opera mi è proprio
piaciuta!
DANIELA PANDOZZI
Alberto Di Girolamo, autore marsalese, ha scritto per anni solo per gli
amici che lo hanno però spinto a tuffarsi nel mondo del self-publishing, grazie
al quale ha presentato alcuni suoi lavori a un pubblico più vasto, per poi
essere “adottato” dalla Casa Editrice Le Mezzelane con la pubblicazione del suo
testo teatrale “Il treno del successo”, un dramma che narra la sofferenza
interiore di uno scrittore che insegue il successo senza riuscire a comprendere
i suoi limiti, non accettando le sconfitte.
L’opera ci presenta un gruppo di amici, scrittori e pittori,
continuamente alla ricerca di un successo che non arriva, che fa loro
dimenticare gli affetti familiari e sperperare il proprio patrimonio inseguendo
inutili chimere.
Alessandro, protagonista del dramma, si ritiene un valido scrittore e
non accetta la resa del suo amico poeta Giacomo che ha raggiunto la
consapevolezza dei suoi limiti e cerca di far ragionare l’amico. Alessandro è
convinto che prima o poi riuscirà a salire sul treno del successo ed è talmente
preso dal suo sogno che non si accorge delle vicende familiari che si snodano
intorno a lui.
La moglie Elena, per evadere da quella inutile ricerca di successo del
marito, trova conforto nell’amore di un uomo conosciuto durante i suoi viaggi a
Palermo, dove si reca per gestire tutti gli affari di cui il marito non si cura
più. Elena, con un sotterfugio, riesce a introdurre in casa il suo amante, cosa
che porterà a una situazione conflittuale con sua figlia che si innamorerà
dell’amante della madre e sarà da questi corrisposta.
Un’improvvisa notizia romperà gli equilibri familiari e metterà
Alessandro di fronte a una inaccettabile realtà che lo condurrà a una folle
reazione.
ANNAMARIA MARCONICCHIO
Giusy Del Vento
di Canosa di Puglia, Puglia ·
Appena terminato. Credevo fosse difficile leggere un copione teatrale
come un libro e invece non è stato così. Mi sono trovata a guardare i
personaggi e a vivere le loro storie seduta simbolicamente nel mio palco
laterale. In questo dramma ho sentito lo spessore di Alberto come scrittore di
teatro, anche come sceneggiatore. Capace di grandi riflessioni, e di scavare
nella psiche umana e nelle ineluttabili tragedie quotidiane, al pari di Ibsen o
Pirandello. Non sono una dai complimenti facili anzi ma questo lavoro li merita
davvero. Bravo Alberto Di Girolamo non deludi mai.
“IL TRENO DEL SUCCESSO” (euro
7,90; e-book 2,90) http://www.lemezzelane.altervista.org/negozio/index.php
L’e-book si trova anche su Amazon
domenica 30 ottobre 2016
La più Musicale poesia
della letteratura italiana? Eccola:
Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.
Gabriele D’Annunzio : “ La pioggia nel pineto (1902)
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.
Gabriele D’Annunzio : “ La pioggia nel pineto (1902)
giovedì 29 settembre 2016
La posto ancora una volta, perché è una poesia meravigliosa
che mi piace rileggere insieme a voi.
-Tu non conosci la Sicilia
le case bianche,
le donne nere,
le mani nodose degli uomini
come ulivi contorti-dalle bufere.
-Tu non conosci quest’isola,
la fatica di vivere
la simbiosi di pane e di pena,
l’odio-amore di chi convive
col ghigno semita delle capre.
-Tu non conosci il sudore
delle piene giornate d’estate
e il sole, questo sole crudele
che non consente ammiccamenti al
cuore se non nella sapienza del
dolore.
-E quando soffia il vento di scirocco,
respiri sabbia fino in fondo all’
anima
e ti senti deserto
privo d’ acqua e di frutti,
dialoghi con Pirandello
fra miraggi di mare
e sogni distrutti.
-Tu non conosci il sudario
che avvolge nel buio più profondo
l’anima inaridita
quando scende nel fondo
a scavare – con la vanga dei perché.
-E quando viene il grecale
e arriccia il naso
di fronte alle case del povero
e fischia con scherno
fra le tegole rotte dei tuguri,
vorresti tutto maledire e andare
lontano, in un mondo d’utopia
dove s’apre un’altra via
in un continente di lavoro.
-Ma lontano non ci puoi stare.
Ti senti ulivo,
ti senti ficodindia,
ti senti suono di marranzano
e tra le fessure della coscienza
apprendi il grande privilegio
di essere nato isola,
sempre assetato d’ignoto
dove ogni tua giornata
è piena di ex voto
al miracolo di essere un uomo.
le case bianche,
le donne nere,
le mani nodose degli uomini
come ulivi contorti-dalle bufere.
-Tu non conosci quest’isola,
la fatica di vivere
la simbiosi di pane e di pena,
l’odio-amore di chi convive
col ghigno semita delle capre.
-Tu non conosci il sudore
delle piene giornate d’estate
e il sole, questo sole crudele
che non consente ammiccamenti al
cuore se non nella sapienza del
dolore.
-E quando soffia il vento di scirocco,
respiri sabbia fino in fondo all’
anima
e ti senti deserto
privo d’ acqua e di frutti,
dialoghi con Pirandello
fra miraggi di mare
e sogni distrutti.
-Tu non conosci il sudario
che avvolge nel buio più profondo
l’anima inaridita
quando scende nel fondo
a scavare – con la vanga dei perché.
-E quando viene il grecale
e arriccia il naso
di fronte alle case del povero
e fischia con scherno
fra le tegole rotte dei tuguri,
vorresti tutto maledire e andare
lontano, in un mondo d’utopia
dove s’apre un’altra via
in un continente di lavoro.
-Ma lontano non ci puoi stare.
Ti senti ulivo,
ti senti ficodindia,
ti senti suono di marranzano
e tra le fessure della coscienza
apprendi il grande privilegio
di essere nato isola,
sempre assetato d’ignoto
dove ogni tua giornata
è piena di ex voto
al miracolo di essere un uomo.
Nino Muccioli
(1922-1999), poeta, studioso della storia e delle tradizioni popolari siciliane, fondatore del periodico “Il domani”, sindacalista e politico. È stato presidente del Centro di cultura mediterranea. Nel 2006 è stata fondata in suo onore la biblioteca “Nino Muccioli” a Palermo. Ha pubblicato, tra l’altro, “Storie, personaggi e luoghi segreti della Sicilia”.
(1922-1999), poeta, studioso della storia e delle tradizioni popolari siciliane, fondatore del periodico “Il domani”, sindacalista e politico. È stato presidente del Centro di cultura mediterranea. Nel 2006 è stata fondata in suo onore la biblioteca “Nino Muccioli” a Palermo. Ha pubblicato, tra l’altro, “Storie, personaggi e luoghi segreti della Sicilia”.
sabato 24 settembre 2016
Nino Martoglio
L'AMURI
– Mamma, chi veni a diri 'nnamuratu?
– ...Vôldiri... un omu ca si fa l'amuri.
– E amuri chi vôldiri? – ... È un gran piccatu;
è 'na bugia di l'omu tradituri!
– Mamma... 'un è tantu giustu 'ssu dittatu...
ca tradimenti non nn'ha fattu, Turi!
– Turiddu?... E chi ti dissi, 'ssu sfurcatu?
– Mi dissi... ca pri mia muria d'amuri!
– Ah, 'stu birbanti!... E tu, chi ci dicisti?...
– Nenti!... Lu taliai ccu l'occhi storti...
– E poi ? – Mi nni trasii tutta affruntàta!...
– Povira figghia mia! Bonu facisti!
E... lu cori? – Mi batti forti forti!...
– Chissu è l'amuri, figghia scialarata!
(Poesia tratta da Centona, pubblicata da www.liberliber.it)
Note. – Dittatu (dettato, legge, definizione) – Taliai
(guardai) – Trasii (entrai) – Affruntata (vergognosa) –
Scialarata (scellerata).
Nato a Belpasso (Catania) il 3 dicembre 1870, morto a Catania il 15
settembre 1921, Nino Martoglio esordì nel giornalismo a soli diciannove anni,
pubblicando a Catania il settimanale politico-letterario-umoristico il
D’Artagnan, interamente ideato e scritto da lui e dove cominciò a pubblicare i
suoi versi, apprezzati anche da Carducci.
Nel 1901 iniziò a dedicarsi al teatro, nel tentativo di riproporre il
teatro dialettale siciliano alle platee di tutta Italia. Fondò e diresse la
Compagnia drammatica siciliana, compagnia teatrale con la quale nell’aprile del
1903 debuttò al Teatro Manzoni di Milano. San Giuvanni decullatu (1908) e
L’aria del continente (1910), rappresentano alcune delle opere più famose della
sua attività.
La sua maggiore opera, Centona, raccoglie il meglio delle sue poesie. È
interamente scritta in siciliano ed è dedicata alla sua Sicilia, che con le sue
rime, a volte amare a volte dolcissime, egli seppe dipingere con scene di vita
e di costume di incomparabile bellezza.
martedì 21 giugno 2016
POESIE CHE VENGONO DALL’EST:
Strumento musicale
Nel cielo del crepuscolo
la pallida luna del giorno
scolorita; è come
uno strumento musicale
spezzato.
(IL MUSCHIO E LA RUGIADA – ANTOLOGIA DI POESIA GIAPPONESE, Bur, Milano)
Kitagawa Fuyuhiko (1900-1990), poeta giapponese e critico cinematografico, è considerato
un rappresentante preminente della moderna poesia giapponese.
lunedì 13 giugno 2016
POESIE CHE VENGONO DALL’EST
Evgenij Aleksandrovic Evtusenko
La poesia si riferisce al momento in cui il sarcofago con
la salma di Stalin fu tolto dal Mausoleo (su decisione del Partito Comunista) e
seppellito in una fossa scavata non lontano dal mausoleo stesso. Il feretro di
Stalin non fu ricoperto di terra, ma da colate di calcestruzzo liquido.
GLI EREDI DI STALIN
Taceva il marmo. Scintillava in silenzio il vetro.
Immobile stava la guardia, bronzea nel vento.
Intorno al feretro una lieve nebbia. Fluiva un alito tra
le fessure,
Mentre lo portavano fuori dal mausoleo.
Galleggiava lentamente sfiorando le baionette.
Anche lui taceva – anche lui – ma minacciosamente.
Stringendo tetramente i pugni imbalsamati
L’uomo nel feretro s’accostava a una fessura, fingendosi
morto.
Macchinava qualcosa. Si era messo lì solo per un
sonnellino.
E io rivolgo al governo una preghiera:
Sia raddoppiata, triplicata la guardia alla lapide
Affinché Stalin non si levi e con Stalin il passato.
(In Dissenso e
socialismo, Einaudi, Torino, 1977)
NOTA BIOGRAFICA
Evtušenko ⟨iiftušènkë⟩, Evgenij Aleksandrovič. - Poeta russo (n. Zima, Siberia, 1933). Tra i poeti più significativi della generazione successiva alla morte di Stalin, ha unito nella sua opera la rivendicazione della libertà di espressione e la denuncia del perdurare, oltre la scomparsa del dittatore, dello stalinismo (Nasledniki Stalina "Gli eredi di Stalin", 1962). Centrale nelle sue opere è pure la rievocazione del paesaggio siberiano (Jagodnye mesta ("Il posto delle bacche", 1981).
Evtušenko ⟨iiftušènkë⟩, Evgenij Aleksandrovič. - Poeta russo (n. Zima, Siberia, 1933). Tra i poeti più significativi della generazione successiva alla morte di Stalin, ha unito nella sua opera la rivendicazione della libertà di espressione e la denuncia del perdurare, oltre la scomparsa del dittatore, dello stalinismo (Nasledniki Stalina "Gli eredi di Stalin", 1962). Centrale nelle sue opere è pure la rievocazione del paesaggio siberiano (Jagodnye mesta ("Il posto delle bacche", 1981).
lunedì 16 maggio 2016
SPIGOLANDO
Genesi di un capolavoro.
Forse non tutti sanno che
i tre versi della famosa poesia di Quasimodo “Ed è subito sera” nascono come conclusione
di una composizione più lunga.
Ecco la prima stesura della lirica:
Una sera: nebbia, vento,
mi pensai solo: io e il buio.
Né donne; e quella
che sola poteva donarmi
senza prendere altro che silenzio,
era già senza riso
come ogni cosa ch’è morta
e non si può ricomporre.
Lontana la casa, ogni casa
che ha lumi di veglia
e spole che picchiano all’alba quadretti di rozzi tinelli.
Da allora
ascolto canzoni di ultima volta.
Qualcuno è tornato, è partito distratto
lasciandomi occhi di bimbi stranieri,
alberi morti su prode di strade
che non m’è dato d’amare.
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.
Commento
La poesia originale è costituita da due momenti: 1) Il primo
riferisce immagini del passato con presenze femminili e scenari domestici
presenti nella memoria del poeta; 2) il secondo si riferisce a situazioni più recenti
segnate da un senso di malessere.
E poi c’è la conclusione slegata dai versi precedenti: forse per
questo il poeta decise di dare agli ultimi tre versi un ruolo autonomo e
compiuto.
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