ALBERTO DI GIROLAMO
PRIMO AMORE
Capitolo 1
I
Sono nato e
cresciuto ad Amavenera, una contrada povera, con povere case sparse a gruppi lungo
la salita che porta alle sciare, e
ogni gruppo serrato intorno a uno spazio comune, detto “chianu”.
Le basse
abitazioni facevano apparire più alta la piccola chiesa gialla costruita sopra
un rialzo roccioso a strapiombo di un modesto fossato il cui fondo era
coltivato a ortaggi dal sagrestano.
Seduto al computer, sto scrivendo il
racconto del mio primo innamoramento. Mentalmente sono in altro luogo e in
altro tempo, per cui non sento il campanello della porta d’ingresso, o forse lo
sento e non gli faccio caso perché di solito è mia sorella che accorre. Difatti
subito dopo la sento ciabattare, solo che, questa volta, Teresa non va
all’ingresso, ma entra nello sgabuzzino, dove mi sono sistemato col portatile per non essere disturbato.
Mi dice: «Per favore, vai tu ad
aprire, io sto tagliando le cipolle per la pizza di stasera.»
È come se mi avesse afferrato per i capelli e
tratto fuori dal mare dei ricordi ove mi ero appena immerso in apnea.
Le rispondo con sgarbo: «Mi hai deconcentrato».
«Scusami!» dice lei agitando un
bulbo umido e dimezzato, i cui effluvi riempiono in un battibaleno il piccolo ambiente.
«Sarà una delle solite ragazzine» preavviso,
con dolcezza per farmi perdonare lo scatto di contrarietà.
«Sicuramente» conferma lei con eguale
dolcezza.
E siccome continua a brandire l’ortaggio
multistrato, per evitare che i miei occhi diventino rossi e lagrimosi come i
suoi, decido di andare ad aprire la maledetta porta, anche se di malavoglia. Ma,
giunto all’ingresso, sono stoppato da mio nipote che, scendendo di corsa le
scale, mi dice: «Lascia stare, nonno, è per me.»
Mio nipote è un magnifico ragazzo, e,
in questo momento, la felicità, che irradia, lo rende mille volte più bello: il
sorriso e gli occhi di una luminosità angelica. A un tipo del genere, chiunque
gli affiderebbe il portafogli per non dire l’anima.
Forse suggestionato dall’immagine
angelica che ho di lui, lo vedo planare dal primo piano senza posare i piedi
per terra, e aprire la porta col solo avvicinarsi, senza che la maniglia sia
girata, si apre, la porta, senza emettere un cigolio mentre con me si lamenta
come un gatto a cui sia stata pestata la coda.
Il sole, al tramonto, coi suoi raggi
orizzontali entra fin dentro casa e non mi permette di osservare bene la
persona che sta sulla soglia, ma dalla siluette deduco che si tratti di una
femmina, abbraccia mio nipote, gli dà la mano e se lo porta via sul tappeto di
luce che il sole stende davanti a loro.
Quando accorro sulla soglia, sono
due puntini disciolti nel giallo solare.
«Ricorda che stasera c’è la pizza»
gli grido dietro ma sono ormai scomparsi.
Chiudo il battente che cigola stridendo – mi
riprometto di cambiare i cardini – e mi precipito in cucina, per raccontare a
Teresa quell’evento straordinario.
Il fatto insolito non è la ragazza
che suona alla porta per Ninni, perché a ciò ci siamo abituati da circa tre
anni. La notizia da prima pagina è che mio nipote si sia scomodato – a memoria
di nonno non era mai accaduto – per accogliere l’amichetta di stasera.
«Deve essere una ragazza
straordinaria» dice Teresa.
«Per forza» faccio io.
«Descrivila!»
«Non l’ho potuta vedere bene. Per
via del sole che era alle sue spalle».
«Per aver fatto innamorare Ninni,
deve essere bellissima».
«Innamorare. Tu corri sempre su
queste cose» replico.
«È una brutta cosa innamorarsi?»
Mi son messo in un bel guaio.
Qualunque cosa rispondo, sarà sbagliato: se dico sì, mi accuserà di essere cinico,
insensibile e anche egoista “perché non la pensavi così quando eri tu a essere
innamorato”; se dico di no, ribatterà di non capire i miei timori e m’inviterà
a essere più coerente.
Cerco di sviare il discorso: «Non
penso sia il caso di fare salti di gioia».
«Ma neanche di mettersi quella
faccia da funerale».
Mentre batto in ritirata verso lo
studio-sgabuzzino, cerco di avere l’ultima parola.
«Volevo solo dire che l’amore è
troppo impegnativo per un ragazzo di appena diciannove anni».
Ma lei mi grida dietro: «Perché? Tu
quanti anni avevi quando ti sei innamorato la prima volta?»
Punto nel vivo riporto la testa nel
corridoio – mi mancano solo le antenne per essere del tutto simile a una lumaca
con il corpo dentro casa e la testa fuori– e dico: «Che c’entra. Altri tempi.
Allora si era maturi prima di mettere i calzoni lunghi».
«Maturi un corno! Eravamo ipocriti,
stupidi, falsi, maligni, spioni, pettegoli…»
Alla parola “pettegoli” mi ritiro
tutto dentro il mio guscio, e così mi salvo dalla indignazione di Teresa, che è
troppo discreta per invadere quel mio spazio esclusivo.
Mia sorella è venuta a vivere con me
quando è rimasta vedova, quasi vent’anni fa. Sono stato io a chiederglielo
perché a mia volta ero rimasto solo, alcuni mesi prima, con una bambina di
quattro anni da crescere. La presenza di Teresa è stata di grande conforto per
me in tutti questi anni, non tanto perché ha accudito alla bambina e alla casa,
ma perché col suo carattere deciso mi ha impedito di abbandonarmi alla
malinconia, propria della mia indole, di fronte all’avversa fortuna. La
determinatezza di Teresa è uno dei ricordi più vivi che io abbia del nostro giovanile
passato comune.
La messa
festiva era una delle poche occasioni in cui i giovani della contrada potevano
incontrarsi e scambiarsi sguardi complici e provocanti. Negli altri giorni
vigeva una severa segregazione delle femmine che dovevano stare in casa,
intente ai lavori domestici, e quando uscivano, erano sempre accompagnate da
qualche familiare. I maschi, invece, si consumavano, dall’alba al tramonto,
nelle cave di pietra o nei latifondi.
Più fortunati
erano quelli che, dopo le elementari, avevano la possibilità di frequentare gli
istituti superiori della città. Per loro era più facile intrecciare qualche
storia d’amore, anche se il sistema scolastico faceva di tutto per impedirlo,
infagottando le ragazze in grembiuli impersonali, uniformi nel colore e nel
taglio, vietando le classi miste e impedendo ogni contatto anche nella pausa
ricreativa con un cordone di bidelli che spaccava l’atrio scolastico in due
precisi settori: il maschile e il femminile.
Si faceva
tutto questo per evitare i pettegolezzi che allora si accendevano come stoppie
sulla brace e si diffondevano come fiamme al soffio dello scirocco… bruciando
tante onorabili reputazioni.
Erano le
donne a riversarsi in chiesa; gli uomini erano rari, perché, avendo una
famiglia da mantenere, il riposo per loro era un lusso, e perché preferivano,
quando potevano, fare un po’ di gazzarra all’osteria.
Anch’io
avrei preferito farne a meno di andare a messa e stare con i miei coetanei a
giocare nel palazzo diroccato. Ma, per quanto ogni domenica piangessi e
strillassi, non c’era stato mai nulla da fare, perché mio padre era convinto
che non stesse bene che una femmina nubile uscisse da sola. Su questo punto non
mi aveva lasciato nessun margine di trattativa, ponendomi questo aut aut: «O
vai con tua sorella o stai chiuso nella tua camera».
Questa mia
condanna domenicale, ai miei occhi era tutta colpa di Teresa che per forza
voleva andare alla santa messa, rovinandomi tutte le festive mattinate, e
allora cercavo in tutti i modi di fargliela pagare: con la scusa di eseguire
alla lettera gli ordini di nostro padre, quando uscivamo dalla chiesa, non mi
distaccavo un centimetro da lei che s’intratteneva, assieme a tutte le altre
ragazze, nell’antistante piazzetta sterrata e gibbosa del tempio, a parlare di
non so cosa, mentre i giovanotti, spuntati dal nulla, ronzavano intorno come
api in un giardino fiorito.
Le ragazze,
cresciute nella convinzione che non ci fosse cosa peggiore dall’essere sparlate
dalla gente, tenevano a debita distanza gli spasimanti anche nei momenti e nei
luoghi dove era lecito incontrarsi. Così in quel raduno parlavano gli occhi, i
sorrisi, i contatti apparentemente casuali.
I giovanotti
che non avevano cuore innamorato si affollavano soprattutto attorno alle
sorelle Coppola che non si rifiutavano di conversare con i maschi e non s’inviperivano
alle confidenziali battute di apprezzamento.
Il loro
comportamento disinibito era molto criticato dalle donne più mature che
sostavano sul sagrato, davanti al portone della chiesa, per meglio controllare,
dall’alto di quei quattro gradini, che le ragazze non approfittassero troppo
della libertà loro concessa.
«Le Coppola vergogna non hanno» mormorava puntualmente ogni domenica ‘Nzina, la
bottegaia.
«Il parroco un discorsetto al padre
l’avrebbe a fare, prima che copiassero la madre»
sosteneva la ragioniera, che, nel soprannome, godeva del titolo di studio del
marito, e si sentiva in dovere di onorare, sforzandosi di parlare un corretto
italiano.
Quando si
parlava di Erminio Coppola, Carmela, la ricamatrice, faceva sempre cattivo
sangue perché in gioventù aveva messo gli occhi su di lui che gli passava
sempre davanti casa per andare alla vigna. Anche se fremeva d’indignazione a
sentire questi discorsi, per non svelare i suoi sentimenti se ne stava sempre
in silenzio; ma la mattina della domenica di Santa Valeria martire, quando la
bottegaia affermò latino latino che quelle ragazze erano sulla via della
perdizione perché il padre non le controllava, Carmela non seppe trattenersi
dal manifestare l’antico sentimento: «Il
padre, mischino, che c’entra?» chiese a tutti
e a nessuno, tanto che rispose lei stessa alla domanda, enunciando una verità
della quale era sicura di avere il consenso universale: «Nessuno
uomo lavoratore può controllare le femmine di casa sua.» Naturalmente in questa verità rientrava a
buon diritto Erminio Coppola che tutti i giorni, compresi i festivi, stava
buttato nella sua piccola proprietà. E lei lo poteva testimoniare: «Pure ‘sta mattina, sul presto, passò davanti casa
mia per andare al lavoro.»
Su quell’affermazione
qualcuna delle comari provò a fare la maliziosa: «Guarda,
guarda… proprio quando, per caso, stavi dietro le persiane passò!» Ma la
smise quando la ragioniera si schierò: « Carmela ragione ha da vendere. Quelle donne ce ne
stanno facendo passare quanto il lino a quel povero uomo che non è più lui da
quando gli morì il figlio Ninuzzo».