lunedì 30 novembre 2015

LE BARZELLETTE DI CICCIO (Tali e quali).


Siete venuti volontariamente, senza costrizione alcuna?








sabato 28 novembre 2015

PRIMO AMORE capitolo1

ALBERTO DI GIROLAMO
PRIMO AMORE
Capitolo 1
I




Sono nato e cresciuto ad Amavenera, una contrada povera, con povere case sparse a gruppi lungo la salita che porta alle sciare, e ogni gruppo serrato intorno a uno spazio comune, detto “chianu”.
Le basse abitazioni facevano apparire più alta la piccola chiesa gialla costruita sopra un rialzo roccioso a strapiombo di un modesto fossato il cui fondo era coltivato a ortaggi dal sagrestano.

Seduto al computer, sto scrivendo il racconto del mio primo innamoramento. Mentalmente sono in altro luogo e in altro tempo, per cui non sento il campanello della porta d’ingresso, o forse lo sento e non gli faccio caso perché di solito è mia sorella che accorre. Difatti subito dopo la sento ciabattare, solo che, questa volta, Teresa non va all’ingresso, ma entra nello sgabuzzino, dove mi sono sistemato col portatile  per non essere disturbato.
Mi dice: «Per favore, vai tu ad aprire, io sto tagliando le cipolle per la pizza di stasera.»
 È come se mi avesse afferrato per i capelli e tratto fuori dal mare dei ricordi ove mi ero appena immerso in apnea.
Le rispondo con sgarbo: «Mi hai deconcentrato».
«Scusami!» dice lei agitando un bulbo umido e dimezzato, i cui effluvi riempiono in un battibaleno il piccolo ambiente.
«Sarà una delle solite ragazzine» preavviso, con dolcezza per farmi perdonare lo scatto di contrarietà.
«Sicuramente» conferma lei con eguale dolcezza.

E siccome continua a brandire l’ortaggio multistrato, per evitare che i miei occhi diventino rossi e lagrimosi come i suoi, decido di andare ad aprire la maledetta porta, anche se di malavoglia. Ma, giunto all’ingresso, sono stoppato da mio nipote che, scendendo di corsa le scale, mi dice: «Lascia stare, nonno, è per me.»
Mio nipote è un magnifico ragazzo, e, in questo momento, la felicità, che irradia, lo rende mille volte più bello: il sorriso e gli occhi di una luminosità angelica. A un tipo del genere, chiunque gli affiderebbe il portafogli per non dire l’anima.
Forse suggestionato dall’immagine angelica che ho di lui, lo vedo planare dal primo piano senza posare i piedi per terra, e aprire la porta col solo avvicinarsi, senza che la maniglia sia girata, si apre, la porta, senza emettere un cigolio mentre con me si lamenta come un gatto a cui sia stata pestata la coda.
Il sole, al tramonto, coi suoi raggi orizzontali entra fin dentro casa e non mi permette di osservare bene la persona che sta sulla soglia, ma dalla siluette deduco che si tratti di una femmina, abbraccia mio nipote, gli dà la mano e se lo porta via sul tappeto di luce che il sole stende davanti a loro.
Quando accorro sulla soglia, sono due puntini disciolti nel giallo solare.
«Ricorda che stasera c’è la pizza» gli grido dietro ma sono ormai scomparsi.
 Chiudo il battente che cigola stridendo – mi riprometto di cambiare i cardini – e mi precipito in cucina, per raccontare a Teresa quell’evento straordinario.
Il fatto insolito non è la ragazza che suona alla porta per Ninni, perché a ciò ci siamo abituati da circa tre anni. La notizia da prima pagina è che mio nipote si sia scomodato – a memoria di nonno non era mai accaduto – per accogliere l’amichetta di stasera.  
«Deve essere una ragazza straordinaria» dice Teresa.
«Per forza» faccio io.
«Descrivila!»
«Non l’ho potuta vedere bene. Per via del sole che era alle sue spalle».
«Per aver fatto innamorare Ninni, deve essere bellissima».
«Innamorare. Tu corri sempre su queste cose» replico.
«È una brutta cosa innamorarsi?»
Mi son messo in un bel guaio. Qualunque cosa rispondo, sarà sbagliato: se dico sì, mi accuserà di essere cinico, insensibile e anche egoista “perché non la pensavi così quando eri tu a essere innamorato”; se dico di no, ribatterà di non capire i miei timori e m’inviterà a essere più coerente.
Cerco di sviare il discorso: «Non penso sia il caso di fare salti di gioia».
«Ma neanche di mettersi quella faccia da funerale».
Mentre batto in ritirata verso lo studio-sgabuzzino, cerco di avere l’ultima parola.
«Volevo solo dire che l’amore è troppo impegnativo per un ragazzo di appena diciannove anni».
Ma lei mi grida dietro: «Perché? Tu quanti anni avevi quando ti sei innamorato la prima volta?»
Punto nel vivo riporto la testa nel corridoio – mi mancano solo le antenne per essere del tutto simile a una lumaca con il corpo dentro casa e la testa fuori– e dico: «Che c’entra. Altri tempi. Allora si era maturi prima di mettere i calzoni lunghi».
«Maturi un corno! Eravamo ipocriti, stupidi, falsi, maligni, spioni, pettegoli…»
Alla parola “pettegoli” mi ritiro tutto dentro il mio guscio, e così mi salvo dalla indignazione di Teresa, che è troppo discreta per invadere quel mio spazio esclusivo.
Mia sorella è venuta a vivere con me quando è rimasta vedova, quasi vent’anni fa. Sono stato io a chiederglielo perché a mia volta ero rimasto solo, alcuni mesi prima, con una bambina di quattro anni da crescere. La presenza di Teresa è stata di grande conforto per me in tutti questi anni, non tanto perché ha accudito alla bambina e alla casa, ma perché col suo carattere deciso mi ha impedito di abbandonarmi alla malinconia, propria della mia indole, di fronte all’avversa fortuna. La determinatezza di Teresa è uno dei ricordi più vivi che io abbia del nostro giovanile passato comune.

La messa festiva era una delle poche occasioni in cui i giovani della contrada potevano incontrarsi e scambiarsi sguardi complici e provocanti. Negli altri giorni vigeva una severa segregazione delle femmine che dovevano stare in casa, intente ai lavori domestici, e quando uscivano, erano sempre accompagnate da qualche familiare. I maschi, invece, si consumavano, dall’alba al tramonto, nelle cave di pietra o nei latifondi.
Più fortunati erano quelli che, dopo le elementari, avevano la possibilità di frequentare gli istituti superiori della città. Per loro era più facile intrecciare qualche storia d’amore, anche se il sistema scolastico faceva di tutto per impedirlo, infagottando le ragazze in grembiuli impersonali, uniformi nel colore e nel taglio, vietando le classi miste e impedendo ogni contatto anche nella pausa ricreativa con un cordone di bidelli che spaccava l’atrio scolastico in due precisi settori: il maschile e il femminile.
Si faceva tutto questo per evitare i pettegolezzi che allora si accendevano come stoppie sulla brace e si diffondevano come fiamme al soffio dello scirocco… bruciando tante onorabili reputazioni.
Erano le donne a riversarsi in chiesa; gli uomini erano rari, perché, avendo una famiglia da mantenere, il riposo per loro era un lusso, e perché preferivano, quando potevano, fare un po’ di gazzarra all’osteria.
Anch’io avrei preferito farne a meno di andare a messa e stare con i miei coetanei a giocare nel palazzo diroccato. Ma, per quanto ogni domenica piangessi e strillassi, non c’era stato mai nulla da fare, perché mio padre era convinto che non stesse bene che una femmina nubile uscisse da sola. Su questo punto non mi aveva lasciato nessun margine di trattativa, ponendomi questo aut aut: «O vai con tua sorella o stai chiuso nella tua camera».
Questa mia condanna domenicale, ai miei occhi era tutta colpa di Teresa che per forza voleva andare alla santa messa, rovinandomi tutte le festive mattinate, e allora cercavo in tutti i modi di fargliela pagare: con la scusa di eseguire alla lettera gli ordini di nostro padre, quando uscivamo dalla chiesa, non mi distaccavo un centimetro da lei che s’intratteneva, assieme a tutte le altre ragazze, nell’antistante piazzetta sterrata e gibbosa del tempio, a parlare di non so cosa, mentre i giovanotti, spuntati dal nulla, ronzavano intorno come api in un giardino fiorito.
Le ragazze, cresciute nella convinzione che non ci fosse cosa peggiore dall’essere sparlate dalla gente, tenevano a debita distanza gli spasimanti anche nei momenti e nei luoghi dove era lecito incontrarsi. Così in quel raduno parlavano gli occhi, i sorrisi, i contatti apparentemente casuali.
I giovanotti che non avevano cuore innamorato si affollavano soprattutto attorno alle sorelle Coppola che non si rifiutavano di conversare con i maschi e non s’inviperivano alle confidenziali battute di apprezzamento.
Il loro comportamento disinibito era molto criticato dalle donne più mature che sostavano sul sagrato, davanti al portone della chiesa, per meglio controllare, dall’alto di quei quattro gradini, che le ragazze non approfittassero troppo della libertà loro concessa.
«Le Coppola vergogna non hanno» mormorava puntualmente ogni domenica ‘Nzina, la bottegaia.
«Il parroco un discorsetto al padre l’avrebbe a fare, prima che copiassero la madre» sosteneva la ragioniera, che, nel soprannome, godeva del titolo di studio del marito, e si sentiva in dovere di onorare, sforzandosi di parlare un corretto italiano.    
Quando si parlava di Erminio Coppola, Carmela, la ricamatrice, faceva sempre cattivo sangue perché in gioventù aveva messo gli occhi su di lui che gli passava sempre davanti casa per andare alla vigna. Anche se fremeva d’indignazione a sentire questi discorsi, per non svelare i suoi sentimenti se ne stava sempre in silenzio; ma la mattina della domenica di Santa Valeria martire, quando la bottegaia affermò latino latino che quelle ragazze erano sulla via della perdizione perché il padre non le controllava, Carmela non seppe trattenersi dal manifestare l’antico sentimento: «Il padre, mischino, che c’entra?» chiese a tutti e a nessuno, tanto che rispose lei stessa alla domanda, enunciando una verità della quale era sicura di avere il consenso universale:  «Nessuno uomo lavoratore può controllare le femmine di casa sua.»  Naturalmente in questa verità rientrava a buon diritto Erminio Coppola che tutti i giorni, compresi i festivi, stava buttato nella sua piccola proprietà. E lei lo poteva testimoniare: «Pure ‘sta mattina, sul presto, passò davanti casa mia per andare al lavoro.»
Su quell’affermazione qualcuna delle comari provò a fare la maliziosa: «Guarda, guarda… proprio quando, per caso, stavi dietro le persiane passò!»  Ma la smise  quando la ragioniera si schierò: « Carmela ragione ha da vendere. Quelle donne ce ne stanno facendo passare quanto il lino a quel povero uomo che non è più lui da quando gli morì il figlio Ninuzzo».

DELLA SERIE “IL PARADISO TERRESTRE È QUI”
foto MAUARE

Lo Stagnone di Marsala che chiamo “Paradiso terrestre” è uno specchio d’acqua marina racchiuso tra la terraferma e l’Isola Lunga (Il ricambio d’acqua è assicurato da due canali di marea).
Dentro la laguna vi sono tre isole, la più importante delle quali è Mozia, antica colonia fenicio-cartaginese.
Siccome l’acqua lagunare si riscalda più facilmente rispetto a quella del mare aperto, nel corso dei tempi, si sono sviluppate lungo la zona costiera, numerose saline che, con i loro mulini a vento, hanno reso ancora più suggestivo il già splendido paesaggio naturale.
Alberto Di Girolamo

venerdì 27 novembre 2015

  I Proverbi di Ciccio spiegati da lui medesimo.


Addìna chi camìna, si nni vèni ca bòzza chìna.
Gallina che cammina se ne viene con il gozzo pieno.
Assaggiando qua e là ci si sazia… e non solo di cibo.

mercoledì 25 novembre 2015

I PROVERBI DI CICCIO (1)


 I parenti di Ciccio



 I Proverbi di Ciccio spiegati da lui medesimo.




‘A càrni è càrni, e ‘u bròdu si ‘ètta.
La carne è carne, e il brodo si butta.

I parenti sono parenti, e gli estranei si scartano.







     Amìci e parènti ‘un ci accattàri e ‘un ci
      vìnniri nènti.

Non comprare e non vendere niente ad
amici e parenti.
Cerca di non avere compromessi con amici
e parenti, si è sempre in perdita.
(un vecchio saggio, al quale fu chiesto cosa
fosse l’amicizia, rispose: “l’amicizia è quel
rapporto che esiste fra due persone che
non hanno niente in comune.”)




SULLE SCIARE ASPRE E SELVAGGE



MARSALA - SCORCIO DI SCIARA



In questo territorio ho ambientato i racconti del mio libro

SULLE SCIARE ASPRE E SELVAGGE




IV di copertina
La prima impressione che si ricava da questi tre racconti è che essi facciano parte della scuola verghiana. Forse è vero, anzi vi fanno parte, ma l’ambiente popolare è completamente diverso: non più il mondo dei pescatori ma quello dei contadini e dei cavatori di pietra. Un mondo, quello dei taglia-pietra (cantunara), che non è mai stato indagato e descritto in letteratura, neanche da quella siciliana.
In questo mondo di gente umile, due giovani cercano di realizzare il loro sogno, un disabile stenta la sua vita e un contrabbandiere-latitante tenta di sopravvivere.